Il Vescovo: La nostra Chiesa solidale parla con la Caritas

1 giugno 2015 | Omelie e discorsi
Ci siamo, quasi del tutto. La nostra diocesi sta ultimando le due strutture della Caritas che ne identificheranno in futuro la presenza e l’azione. A Lanusei e Tortolì opereranno infatti, come preannunciato, servizi e spazi per ascoltarsi, offrire aiuto, condividere uno sguardo solidale sul nostro territorio. Soprattutto sarà una grande occasione per dire con i fatti che la Chiesa è impegnata ad annunciare il Vangelo della carità, a promuovere una testimonianza credibile e libera, a spendersi per chi si trova nella necessità di incontrare misericordia e verità. Nella foto, venerdì 29 maggio, il primo servizio mensa nella nuova sede Caritas di Tortolì.
 
Come Vescovo sento di portare con me in questo progetto la Chiesa che mi è stata affidata. Non mancano le difficoltà – anche economiche – e non mancheranno i distinguo di chi crede, anche legittimamente, di avere opinioni diverse sul modo di gestire investimenti, spazi e programmi. Ma non ho dubbi che quanto stiamo facendo e faremo, grazie ai presbiteri, in particolare il direttore Caritas, e ai laici - tra i quali ho scoperto volontari competenti ed entusiasti - ci permetterà un rinnovamento della nostra azione pastorale, orientando scelte e creando mentalità di fede. 
Per questo la Caritas non sarà né dovrà essere una cosa diversa dalla Chiesa diocesana, ma ne rappresenterà piuttosto l’anima caritativa, contribuendo a una cultura della carità secondo il Vangelo. Le nostre comunità, educate sempre più e sempre meglio, a collegare ascolto della parola di Dio e celebrazione domenicale con la testimonianza della carità, saranno chiamate quindi – secondo quanto afferma un bel documento della Caritas italiana: Da questo vi riconosceranno - a una “pedagogia dei fatti” attraverso “esperienze concrete, significative, partecipate”. Il documento, scritto nel 1999, appare quanto mai attuale anche quando afferma che si tratta di “agire nel quotidiano, sporcarsi le mani con i poveri, progettare insieme le risposte e riflettere sul senso di quello che si fa, di che cosa cambia nella vita degli ultimi e della comunità”, aggiungendo che s’intende percorrere “la via della prossimità, del servizio, del dono di sé”.
La Chiesa diocesana vuole crescere con queste caratteristiche, non per sentirsi migliore ma per essere semplicemente credibile. Il nostro territorio, che spesso invoca giustamente attenzione e sostegno, non lascerà quel labirinto nel quale si coglie senza vie di uscita se non imparando ad essere più solidale. Sperimentando, cito ancora il documento, uno “stretto collegamento tra gli impegni di carità e i doveri di giustizia”, insieme alla “percezione che per risolvere i problemi bisogna risalire alle cause e contrastarle”. 
La nostra Chiesa farà la sua parte, senza tentennamenti, auspicando che le forze sociali e politiche vedano in essa un‘interlocutrice reale e disinteressata, con l’unico obiettivo di costruire – come ci ricorda spesso papa Francesco – “ponti di dialogo” e non muri di risentimento.
Ho grande fiducia nei laici per questo progetto. La loro disponibilità è un segno incoraggiante, e il loro servizio ci permetterà un salto di qualità nell’evangelizzazione. Alimentando la corresponsabilità con i presbiteri, si manifesterà inoltre quella trasparenza delle opere e quella gratuità dei gesti che risulta fondamentale per la nostra testimonianza ecclesiale.